Skip to content

news

cover_risodeglistolti

“Ventiquattro fotogrammi al secondo”
disco d’esordio de Il Riso degli Stolti

da VENERDI’ 20 MAGGIO disponibile in tutti gli
store digitali e ordinabile nei negozi o sul sito ilrisodeglistolti.com
per Psych Up Melodies e Trail Music Lab.

“24 fps” è il singolo che anticipa l’uscita dell’album, accompagnata dal videoclip realizzato da Stefano Leone: https://www.youtube.com/watch?v=osfHy-lhpOk“ Ventiquattro fotogrammi al secondo”, disco d’esordio de Il Riso degli Stolti, duo composto dal cantautore Antonello De Simone e dal compositore Angelo Beneduce.
Nell’album sono raccolte le canzoni che il duo partenopeo ha scritto, arrangiato e suonato dagli esordi a oggi, ripensate e proposte con un organico più ampio, “per dare forma a quella idea di suono e poetica che ci ha sempre accompagnato e benevolmente ossessionato”. Ventiquattro fotogrammi indica la frequenza dei fotogrammi che compongono le immagini filmiche. Esperienze e visioni, istantanee che scorrono come impresse su pellicola. Sono diventate dieci storie (più una bonus track dal vivo), nate nell’incontro della forma canzone – di matrice sia europea che americana – con la scrittura della musica da film.

Temi universali come la ricerca del sé, la frammentazione dell’io, l’abbandono, l’incontro e la scoperta, le segrete corrispondenze, l’abisso e la magia dell’assurdo, raccontati nell’incanto indissolubile di musica e parole. Ogni brano dell’album è illustrato da un disegno di Adriana Papa, autrice anche della copertina (in allegato la descrizione dei brani).
Il suono si fonda su un nucleo acustico di chitarra, voce, pianoforte e violoncello, che ha caratterizzato in origine il primo esperimento sonoro, arricchendosi ora con una sezione ritmica e con l’espressività di un organico cameristico a tratti orchestrale. Il duo ama chiamarlo cantautorato cinematografico.
L’album esce per Psych Up Melodies e Trail Music Lab venerdì 20 maggio 2016, prodotto in parte in crowdfunding tramite la piattaforma Musicraiser.

BIO*
*Il Riso degli Stolti sono Antonello De Simone e Angelo Beneduce.
Il Riso degli Stolti nasce a Napoli nel 2006. L’ironia del nome si lega a un piatto a base di riso, buono da meritare un’identità, preparato in occasione della nostra prima prova. Un gioco di parole semiserio dietro la maschera profonda della risata.
Nell’aprile 2008 sono finalisti regionali al concorso per artisti emergenti Martelive. Nel maggio 2009 sono vincitori assoluti del Premio Donida, in ricordo del compositore Carlo Donida Labati e ottengono un contratto di edizione con la Universal per la canzone “Qualcuno dice al caso”. Nel settembre 2009 sono tra le band selezionate per esibirsi nella manifestazione Tube Station, in alcune stazioni della metropolitana di Roma, evento seguito dall’emittente MTV. Nel novembre 2009 sono tra i vincitori del concorso KeepOn e si esibiscono in rappresentanza della propria regione al MEI (Meeting Etichette Indipendenti) di Faenza. Nel 2011 il progetto si prende una pausa per favorire percorsi di ricerca individuali. Nella primavera del 2014 il duo riprende i lavori interrotti in vista della registrazione dell’album d’esordio, “Ventiquattro fotogrammi al secondo”.

ilrisodeglistolti.com
psych up melodies.com
www.facebook.com/Il-Riso-degli-Stolti-66270044362
https://www.youtube.com/watch?v=kQfycO_q3Mw
contatti stampa | urbani.ilaria@gmail.com


Descrizione brani di “Ventiquattro fotogrammi al secondo”
(Psych Up Melodies e Trail Music Lab), disco d’esordio de Il Riso degli Stolti

24 fps
Primo singolo, è la canzone che dà il titolo all’album, qui riportata come sigla che indica i fotogrammi per secondo delle immagine filmiche. Ci sembrava molto rappresentativo sia per il modo in cui sono nate le canzoni sia per le caratteristiche cinematografiche del sound. La canzone nasce da un riff di chitarra acustica dove, tempo dopo, si sono incastrati i versi scritti nell’unico caffè aperto della Giudecca a Venezia, alle prime luci del giorno nella settimana del Festival del Cinema, dove l’alternanza giorno/notte era praticamente annullata nel buio continuo delle sale, una sorta di stato di alterazione della coscienza che ha generato questa canzone, arrangiata con uno dei temi d’archi più rappresentativi del disco, frutto invece del potere evocativo di una grappa che ancora ringraziamo.

Il riso degli stolti
Questo brano, invece prende il nome dal titolo del nostro progetto. È una canzone di pochi versi, ma è forse la più densa di suono e di rimandi di senso. Una canzone con cui giochiamo molto, sia dal punto di vista musicale che di interpretazione concettuale. Si presta a più livelli di lettura, da quelli ironici – gastronomici a quelli sul senso dell’identità dell’individuo.
Un riff funky si scompone in un 9/8 che ospita fiati d’urto, archi sbilenchi, leggere dissonanze e un’immagine di Borges ormai semi-cieco che confonde un lampione con una luna piena.

Qualcuno dice al caso
È la canzone da cui è nato tutto, il motivo del nostro incontro. Una ballata folk in 6/8 da arrangiare con un violoncello.
È l’invocazione di un uomo all’intervento della fatalità, affinché possa agire al suo posto. Non conosciamo le ragioni per cui lui non può (o non vuole) agire, ma sappiamo che è così. La preghiera si tramuta allora in un ballo d’ombre, musicalmente un piccolo valzer, nonostante il titolo della canzone sia ispirato a un tango di Borges e Gardel.
É il secondo singolo del disco, e il brano ha vinto la prima edizione del Premio Donida per la musica d’autore.
L’impasto timbrico del violoncello con l’arpa, il glockenspiel e il vibrafono, accompagna l’ascoltatore nel breve viaggio verso un delicato altrove onirico, in luoghi e spazi lontani.

Nel mio piccolo risveglio
Il piccolo risveglio è quello che segue la sera delle grandi intenzioni. La lotta eterna della volontà contro la paura, della mente calma contro le ansie, dello spirito fermo contro la volubilità. Anche se nata su una chitarra acustica, questa canzone ha sempre cercato, voluto, e infine trovato fiati da big band. Le sonorità sono assimilabili a quelle del brano Il riso degli stolti, e si colloca nel versante più ritmico e soul dell’album.

L’ultimo boccascena
Racconta un saluto messo in scena in un teatro semi abbandonato. La quarta parete poi si frantuma per lasciare spazio al silenzio assordante dell’universo, che cerca di coprire le parole oscene di due ex amanti, che troppo tardi trovano il coraggio di riporre – o cambiare – le maschere (l’utilizzo del corno, strumento cangiante dall’animo multiforme e sonorità differenti, non è casuale). L’intima fragilità messa a nudo è evocata anche dall’abbraccio continuo del violoncello col violino.

Sofia
Lo diciamo subito, Sofia non è una persona. Sembra una donna, una ragazza, una bambina. Non lo è, ma se ha un nome così, è evidente che un po’ vogliamo che sia così. È una canzone sui limiti del linguaggio, che ci può accompagnare solo fino a un certo punto nell’interpretazione del reale, dopo di ché, accettiamo di affidarci alla nostra esperienza interiore, estatica e rivelatoria, per fuggire i vicoli ciechi del pensiero.

Di questo si agitano i tuoi occhi
I versi nascono autonomamente, inizialmente senza essere intrecciati ad una melodia ed ad un’armonia.
Nascono come omaggio agli occhi vivi di chi, senza bisogno di annunciarlo a parole, pulsa tutto il mistero della vita nelle sue iridi sfavillanti. È forse il brano più intimista e diretto. Caratterizzato da un arrangiamento molto essenziale, l’unico in cui il pianoforte da solo accompagna la voce per una strofa intera e gli archi fungono per lo più da sfondo armonico.

Ruggine
Senza possibilità di equivoco, è la fine di una storia d’amore. Il legame dissolto nella quieta disperazione dell’abitudine, quando si è distanti da sé e dagli altri.
Una tromba mariachi sembra sottolineare il congedo come in una cerimonia funebre, nell’unico brano dove è difficile trovare scampo o una boccata di ossigeno. Ma è “solo” la perdita dell’innocenza, un passaggio necessario. Solo apparente dunque il contrasto tra l’accentuato lirismo di archi e corno nelle strofe, e l’atmosfera a tratti grottesca dei fiati bandistici e la chitarra “ribotiana” nei ritornelli.

Giorni d’assurdo
Il protagonista di questo brano ricerca tra le ombre quella luce che una volta l’aveva abbagliato.
Una canzone scritta in momenti separati e in luoghi distanti. L’assurdo e la meraviglia dell’esistenza si mischiano all’assurdo delle geografie. Dopo essere passati nell’arsura di strade impolverate e intonaci bianchi soleggiati, si scorgono mandorli in fiore, ricoperti di neve.

Luna turca
Probabilmente il brano più cinematografico dell’album. Una lunga introduzione caratterizzata da un tema orchestrale accompagna in crescendo una composizione che presenta momenti e atmosfere diverse. Pathos e tensione cui contribuiscono la tonalità di do minore, dinamiche forti, archi incalzanti, sestine frenetiche, timpani), poi distensioni, silenzi, dolci arpeggi. Tutto alternato in sei minuti e quaranta.
Ci troviamo in un’ampia radura dove per la nebbia non si vede a un palmo dal naso. Un ragazzo e una ragazza si rincorrono, lui crede di vedere una luna calante alle prime luci del giorno. Lei si addormenta sulla panchina di un padiglione in legno abbandonato…

[Rumore di fondo]
Questa, ad altre latitudini, la chiamerebbero bonus track. Una traccia che non era prevista nel disco, perché non arrangiata in ensemble. Ma una ripresa onirica low fi per piano e voce ci ha convinto a inserirla.
Un brano molto intenso, in cui il protagonista scopre, attraverso il sogno di un altro, il proprio progetto di fuga con lei.

Ogni brano dell’album è illustrato da un disegno di Adriana Papa.